Testimonianza di Irina e Alexandr, profughi di Zaporižžja, Ucraina.
Irina, per gli amici Ira, e Alexandr, per gli amici Sasha, hanno tre figli, il più grande con problemi di salute. A Zaporižžja, Sasha lavorava in fabbrica, mentre Ira era casalinga.
Ira: Semplicemente non ci credevamo, all’inizio nessuno credeva che la guerra sarebbe scoppiata. Ricordo come ci siamo svegliati il 24/02/22. Ci svegliò un rumore fuori dalla finestra… Pensai che fosse il tempo.
Sasha: Ira mi svegliò e mi disse: “Vai a vedere cos’è”. Vado, apro la tenda e vedo caccia militari, non saprei dire se nostri o russi: uno, un altro ancora… Proprio sopra la casa, letteralmente a pochi centimetri dal tetto. Persi il sonno in un istante, perché sapevo che mio figlio maggiore si trovava in un altro quartiere della città, a scuola. Funzionava così: il lunedì lo accompagnavo e il venerdì andavo a riprenderlo. E la prima cosa che realizzai aprendo la finestra fu che mio figlio era proprio in quella direzione, verso dove volavano quegli aerei.
Afferrai il telefono per chiamare un amico che ha la macchina. Sul telefono era aperto Instagram, vidi la pagina aggiornarsi e piovvero notizie: iniziò la guerra.
Chiamai l’amico che viveva a 500 metri da me: “Ženja, accendi subito la macchina e andiamo a prendere il bambino”. Lui: “Sono già vicino all’auto, ma non so dove devo andare”. Venne a prendermi, mi caricò… In tempi normali per arrivare alla scuola di Tima ci volevano venti minuti. Ci mettemmo un’ora e mezza. C’erano ingorghi ovunque a causa dei distributori: le code per la benzina arrivavano dalla carreggiata fin dentro le stazioni di servizio.
Ira: Sì, e su WhatsApp nella chat della scuola i genitori chiedevano se portare i figli a scuola o no. Insomma, nessuno capiva cosa fare. Nessuno credeva che fosse tutto vero. E quando la guerra iniziò, credemmo che in un paio di giorni, una settimana, avrebbero risolto, si sarebbero messi d’accordo… Nessuno si accordò su nulla.
E così, già alla seconda settimana, scappammo senza una meta predefinita: Ucraina occidentale, Polonia, Italia - non importava. L'importante era andarcene, perché giuro, non dormivo da una settimana. Magari mi sdraiavo, sonnecchiavo un po’, mi svegliavo e capivo che la città era stata colpita. Dicevo: “Perché non mi avete svegliata?”. Perché di solito c’è l’allarme, metti caso che succeda qualcosa. All’inizio avevamo tutti paura, tutti cercavamo di nasconderci. Poi capimmo: quel che sarà sarà.
Per un certo periodo vivemmo in un garage di cemento da dei parenti. Dicevano che le strutture in cemento armato potessero proteggerci, ma ora, a distanza di tempo, capisco che da un colpo diretto non ti salva nulla, forse solo un bunker profondissimo. Anja non aveva nemmeno un anno e mezzo quando iniziò la guerra; quando la portammo qui non aveva nemmeno le scarpe, non sapeva ancora camminare bene. Era in una tutina calda di quelle con i piedini chiusi, arrivò qui che era praticamente una neonata. Proprio mentre scappavamo, lessi una storia — eravamo in viaggio — lessi che avevano ucciso un bambino della sua stessa età. C’erano i video dell’ambulanza, di questo bimbo portato in barella, i genitori che piangevano… Non riuscirono a salvarlo. Anche lì, un colpo da qualche parte, o forse una scheggia. Non ce la fece. Guardai mia figlia… Non riuscivo ad immaginare cosa provarono quei genitori. Perché tutto questo venga dimenticato da chi lo ha vissuto, non so nemmeno quanti anni debbano passare. Combattemmo tutti insieme contro la Germania nazista, e ora combattiamo gli uni contro gli altri. I nostri nonni e bisnonni vissero tutto questo, ci raccontarono quanto fosse terribile la guerra. Ce lo insegnavano a scuola, guardavi quelle foto sui libri di testo e pensavi sempre: mio Dio, che orrore. E poi succede questo… Scusate, ma mica siamo dei selvaggi. Ai nostri tempi, risolvere le questioni in questo modo non mi sembra normale.
Partimmo in treno; avevo letto che sarebbero stati gli ultimi due giorni di evacuazione e che forse poi avrebbero chiuso la città. Ho avuto paura: avevamo bambini piccoli. All’inizio della guerra gli scaffali dei negozi erano vuoti. Sasha e suo fratello Igor andavano insieme a fare la spesa nelle farmacie, ma non c’erano né medicinali né altro. Le patate costavano tre o quattro volte più di prima.
Quando partimmo, il treno era strapieno, la gente dormiva seduta. Anzi, nei corridoi del treno le persone erano ammassate, nemmeno sedute: in piedi, pur di evacuare. Zaporižžja come superficie è poco più grande di Torino, come popolazione poco meno. È una città enorme — magari non quanto Kyiv, ma comunque grande. La gente veniva evacuata con i treni, i treni passavano, passavano, passavano. Nei primi giorni evacuavano tutti in massa: in macchina, con i parenti, con gli amici — ognuno scappava come poteva. Di giorno guardavo fuori e speravo che tutto finisse. La gente è in giro, il sole splende, arriva la primavera, va tutto bene. Avevamo dei programmi: andare al mare con i bambini in estate, fare i lavori in casa. Avevamo progetti. E poi un bel giorno ti svegli il 24 e vedi questo. Ma dico io: siamo dei selvaggi? Non sappiamo risolvere le cose in altro modo?
Ira: Partimmo all’inizio di marzo 2022, e il 9 ottobre 2022 un ordigno colpì la casa.
Nel palazzo crollarono subito sette piani. Gli ultimi due ressero; c’erano dei sopravvissuti. I vicini, ancor prima dell’arrivo dei soccorritori, iniziarono a correre, a sfondare porte, a tirar fuori la gente. Molte porte si erano deformate, non si riuscivano ad aprire. All’ultimo dei due piani rimasti stavano dei profughi provenienti dai territori occupati: una donna, sua madre e un bambino piccolo. Li salvarono, riuscirono a tirarli fuori, ma verso mattina crollò tutto. Due persone non furono mai ritrovate. Dicono che ci fosse gente nel seminterrato. Naturalmente non ci sono più: furono semplicemente sepolti vivi.
Il marito della mia vicina stava vicino alla finestra, loro figlio era nella stessa stanza nel letto, sotto una coperta: fu questo a salvarlo, perché le schegge volarono ovunque. Invece il marito che stava alla finestra fu scagliato fuori dall’onda d’urto, giù in strada. Quando corsero fuori, era ancora vivo. Gemeva ed era avvolto dalle fiamme.
Sasha: Dove lavoravo prima, avevamo un gruppo su Viber, un gruppo della fabbrica. Era già tardi, persino qui a Torino erano le undici di sera, io e Ira eravamo già a letto, quando mi arrivò un messaggio. Era Roma, un mio amico che lavorava con me. Scrisse: "La casa di Sanya sta bruciando". Pensai di aver visto male. In quel momento mi chiamò.
Ira: In quel periodo una mia zia stava da noi, l'avevamo ospitata. Iniziai a tremare, chiamai la zia con la voce rotta. Ricordo che iniziammo a correre avanti e indietro, i bambini non dormivano ancora. Zia raccontò che sentiva i colpi cadere lì vicino... In corridoio teneva sempre una sedia, perché quando sentiva i botti andava sempre lì. Disse: "Me ne stavo seduta tranquilla sulla sedia e guardavo" — si era sistemata in modo da vedere tutto dal corridoio — "i colpi cadevano, ma poi divennero sempre più forti". Disse che proprio all’ultimo momento pensò: "No, me ne vado in bagno". Non era mai entrata in bagno durante i bombardamenti. Non appena chiuse la porta, ci fu un’esplosione tremenda. Nella stanza di fronte al bagno lo scoppio divelse la finestra e le doppie porte del balcone: volò tutto lungo il corridoio fin contro la porta del bagno, bloccandola. La porta rimase incastrata e zia non riusciva fisicamente ad aprirla per uscire.
Sasha: La casa di questo amico non subì gravi danni, venne giù solo il balcone. Mi disse: "Mi vesto, vado comunque là ad aiutare". Corse fuori. In seguito fu lui stesso a chiamarmi, perché non riuscivamo più a rintracciare la zia, non c’era campo. Mi disse che era tutto a posto, che l'avevano tirata fuori. Non la tirarono fuori i pompieri, ma persone comuni accorse per aiutare.
Ira: Chiamai mia sorella — viveva di fronte — quella notte stessa, le chiesi di prendere zia con loro. Il giorno dopo suo marito andò a dare una mano; sapeva manovrare gru ed escavatori, così andò ad aiutare i soccorritori a sgombrare le macerie. Mi disse: "Ira, non immagini quanti cadaveri ci siano qui". Quello che scrivevano, tredici o giù di lì, erano sciocchezze. In realtà i nostri media non scrivono molte cose, perché se iniziassero a pubblicare le cifre reali, si scatenerebbe il panico. Ricordo bene la sua frase: "Ira, non immagini quanti cadaveri ci siano". Disse che c’era semplicemente una distesa di sacchi neri.
Molte persone che vivono nei paraggi dissero che, pochi minuti prima della tragedia, udirono il volo di un aereo: si trattò dunque di una bomba aerea. Il pilota non poteva non vedere che quelli fossero edifici residenziali.
Il giorno dopo, la Russia rilasciò una smentita dichiarando di non colpire mai le abitazioni civili e sostenendo che si trattasse di una vecchia foto di un’esplosione di gas nella città russa di Magnitogorsk. Ma io riconobbi la mia casa: avevano accostato due foto di casa mia e due di un altro edificio, ma dalle immagini era evidente che fossero case diverse.
Mia suocera ha una sorella che si trasferì dall’Ucraina in Russia molto tempo fa. Un giorno chiamò mia suocera e le disse: "Ma noi vi stiamo salvando, la Russia non colpisce le case dei civili". Allora le inviai la fotografia della mia casa, dove si vedevano la via e il numero civico, e le mandai il documento della mia residenza, per provarle che ero la proprietaria dell'appartamento in quel palazzo. E le dissi: "Guarda come la Russia ci sta salvando".
A volte tocca dimostrare alla gente che queste cose accadono davvero. Mi addolora molto quando sento dei conoscenti parlare così, senza credere a nulla. Molti di quelli che stanno in Russia hanno subito il lavaggio del cervello. Qualcuno forse non ci crede per paura, non lo so. Per chi è all’estero è più facile schierarsi contro, a patto però che non debbano tornare in Russia. Se una persona continua a tornarci, non si esporrà nemmeno qui.
Ira: Il padre di Sasha, mio marito, si trova tuttora sotto occupazione, nel distretto di Polohy, nella regione di Zaporižžja. Riuscimmo a sentirci nel 2022 fino a settembre; il giorno 11 cadeva il suo compleanno, ma non potei più fargli gli auguri perché le comunicazioni si sono interrotte, e mancano tutt'oggi. Solo una volta riuscimmo a scambiarci qualche messaggio, e in un’altra occasione dovetti mettermi a cercarlo. Lo cercai sui social: scrivevo nei gruppi se qualcuno avesse contatti con quel villaggio, che ero la nuora e cercavo notizie. Risposero alcuni ucraini che, pur non essendo lì, erano in contatto con parenti o vicini. Dissero: “Sì, sappiamo, ma non possiamo dirvi nulla”. Com'è ovvio, in territorio occupato la gente non parla liberamente al telefono, se non del tempo o della salute. Dissero solo che era vivo e che lavorava. Recentemente è giunta voce che sia ricoverato in ospedale a Berdjans’k.
Lui non se ne vuole andare — gli anziani spesso rifiutano di lasciare le proprie case. Gli dicemmo che avrebbe potuto andarsene passando per la Russia, se lo avessero lasciato uscire dal villaggio — non so se glielo permettano, spesso usano la popolazione come scudo umano. Se ora che è a Berdjans’k dovesse essere dimesso e ci fosse l’opportunità, perché non scappare attraverso la Russia o la Bielorussia? Forse in aereo... dipende dai documenti che ha. E poi non tutti superano il "filtraggio".
Nel 2022 mio suocero mi chiamava spesso; finché c’era campo e la sua scheda ucraina funzionava, mi raccontava tutto. C’erano momenti in cui i nostri cercavano di colpire le postazioni russe, dato che il villaggio era occupato. Mi raccontò ciò che vide: vicino al paese c’è un’altura e i soldati russi vi portavano i mezzi pesanti per sparare verso l'abitato — forse non direttamente sulle case, ma sui campi, non saprei — e poi raccontavano ai residenti che era l'Ucraina a colpirli. Ma chi vive lì vicino vede tutto. Era una provocazione, una menzogna. Perché fare una cosa simile?
Mi raccontò moltissimo. Poi le comunicazioni svanirono. Quando iniziai a cercarlo sui social, forse qualcuno rischiò per darmi notizie; una persona mi chiamò e mi disse: “Tuo suocero è stato portato in cantina”. “In cantina” significa che misero un sacco in testa a lui e al suo vicino e li rinchiusero sottoterra; vi rimase per più di un giorno. Chiesi se fosse vivo, mi risposero di sì, e in effetti poi lo rilasciarono. Accadde nell'estate del 2022.
In seguito, credo tra il 2023 e il 2024, dopo una telefonata con suo figlio Igor, disse che quest’ultimo era diventato troppo "filo-ucraino". Da allora non parlarono più a lungo: forse per paura delle intercettazioni, o perché lui stesso era terrorizzato, o magari per via del lavaggio del cervello, non saprei. Ho continuato a cercarlo così, una volta all'anno, solo per sapere se fosse ancora in vita. Ora, poco prima di Capodanno, ci hanno riferito che è stato portato in ospedale a Berdjans’k, pare per un ictus. E non riesco a decidermi a chiamare. Non eravamo così legati, ma non voglio sentirmi dire, Dio non voglia, che non è più tra noi.
Ricordo quando lo chiamavo e lo supplicavo: “Pa’, vattene, è iniziata la guerra, noi stiamo scappando, potrebbero fucilarti o chissà cos’altro”. Lui rispondeva: “No, andrà tutto bene, qui non arriveranno”. Credevano tutti che lì non sarebbe successo nulla. Mi raccontò di quella volta in cui camminava dopo aver bevuto un bicchiere di troppo e i soldati russi gli puntarono l’arma alla testa, chiedendogli cosa facesse in giro. Mi disse che c’erano dei ragazzini di diciotto anni; si chiedeva perché avessero mandato un bambino — come diceva lui — fin lì. Qualcuno gli puntò il fucile contro: “Perché cammini qui?”. Si spaventò talmente tanto che da allora smise persino di bere.
E mi raccontò anche un altro episodio: “Oh, abbiamo trovato un fucile”. Uno di quei giovani soldati aveva semplicemente dimenticato l'arma. Loro la raccolsero e la riportarono indietro. Non pensarono affatto di usarla contro di loro; andarono semplicemente a restituirla dicendo: “L'avete persa”. La gente non si è rassegnata, né ha accettato la situazione, ma ha mantenuto un barlume di umanità. Quando hai davanti un uomo della tua età puoi ancora lottare, ma quando sei anziano, hai i tuoi nipoti e vedi arrivarti contro un ragazzo di diciotto anni, finisci per vederlo come un figlio, provi quasi pena per lui... I nostri provano rabbia, certo, c’è chi augura la morte ai russi, ed è comprensibile: sono entrati nelle loro case per uccidere. Eppure, non c’è quell'istinto di andare a sterminarli a sangue freddo.
Sasha: Venimmo a sapere che Vadim, mio cugino, era prigioniero da una cugina di secondo grado che vive in Russia. Lo vide in un gruppo della propaganda russa, lo riconobbe: lo trovò lei, quindi. Rimase in prigionia per un anno e mezzo prima che noi ne venissimo a conoscenza. Fu allora che mia madre iniziò a scrivere alla madre di lui, esortandola: “Datti da fare per inserirlo negli scambi, perché devono essere i parenti stretti a muoversi”. Presentarono la domanda… In tutto, restò in prigionia per circa due anni. Tornò cambiato…
Quando lo portarono via era un soldato a contratto. In quel momento era in licenza, era tornato per le vacanze proprio in quel villaggio dove vive mio padre. Era arrivato pochi giorni prima dell’inizio della guerra. Quando l'invasione ebbe inizio, i russi occuparono il villaggio e lo prelevarono direttamente da casa sua. Lui non aveva nemmeno combattuto, eppure passò due anni in prigione. Essendo un militare, qualcuno del villaggio avrà fatto il suo nome, lo avrà consegnato.
Ira: Qualcosa si spezzò nella sua mente dopo la prigionia… Dimagrì tanto. Non gli facemmo troppe domande: dopotutto, era un uomo appena tornato da un incubo…
Sasha: Tra l’altro, ai tempi di Maidan, aveva appena iniziato il servizio. Si trovava proprio lì, serviva nel “Berkut” e partecipò alla dispersione delle folle. Era molto giovane allora, agli inizi della carriera. In seguito firmò il contratto e continuò a servire come professionista…
Ira: Una mia compagna di classe invece ce l’ha tanto con i russi, non augura loro assolutamente nulla di buono. La capisco… Era partita per la Polonia prima della guerra, e fu sua madre a dover evacuare il bambino. Mi scrisse: “Quando mio figlio stava per partire con la nonna, si spaventò a morte perché gli passarono due razzi sopra la testa. Mi raccontò: ‘Mamma, mi sono nascosto sotto il barbecue’”. Era andato a chiudere il cancello ed era solo, la nonna era in casa. Tutt’oggi non ne vuole sapere di tornare a casa. Io non gli chiedo nulla per evitargli brutti ricordi, ma quando quegli occhietti mi guardano e mi dicono ‘Mamma, ho avuto così tanta paura che mi sono nascosto sotto il barbecue’… Beh, cosa dovrei pensare di chi lancia quei razzi? Naturalmente, nulla di buono.