Della morte di una casa e della fine di un mondo: testimonianza di Irina di Kherson.
Sapete come esce l'anima dal corpo? Quando una persona muore, la sua anima se ne va all'istante: davanti ai tuoi occhi, il corpo smette semplicemente di respirare.
Sapete invece come se ne va la vita da una persona sana e viva? Il 24 febbraio 2022, alle 4:45 del mattino, ho chiamato mia madre. Mio marito era già stato informato dell'inizio della guerra e noi stavamo facendo le valigie, chiamando tutti. Mia madre non dormiva più. Non aveva ancora letto o sentito nulla, ma aveva già capito...
La sua casa si trovava sulla riva sinistra del fiume Dnipro, vicino al ponte Antonovsky. L'aveva costruita da sola. Dopo il divorzio da mio padre dieci anni prima, aveva acquistato un piccolo appezzamento di terra e aveva iniziato a costruire da sé la sua casa. È stato difficile e lungo, e, nonostante tutto, riuscì anche a pagarmi l’università. Ci si era trasferita quando le pareti erano state solo intonacate. Nel cortile c'era solo sabbia. Non c'era la cucina. Ma, pian piano, si era ripresa dopo il divorzio e aveva cercato un nuovo senso nella vita. Quando mia figlia si ammalò di leucemia e dovemmo raccogliere soldi per la trasfusione, per un po’ si smise di pensare alla costruzione. Solo dopo due anni riprese a ricostruire la sua vita, pezzo dopo pezzo, in qualcosa di buono e luminoso. Incontrò un brav’uomo, completò la casa in cui i nostri nipoti ridevano felici e festeggiammo insieme.
Poi, però, scoppiò la guerra... Il 24 febbraio lei e suo marito raccolsero alcune cose e si trasferirono nel suo appartamento sulla riva destra del fiume. Tutti sapevano che il ponte Antonovsky era uno dei due ponti che attraversano il Dnipro e che gli invasori lo avrebbero usato per andare verso Odessa dalla Crimea occupata. Il ponte è a circa 90 km dal posto di blocco di Kalančak. Significava che i russi sarebbero arrivati presto. Nessuno sapeva con esattezza quanto tempo ci sarebbe voluto, ma tutti, quasi per istinto, capivano che le forze armate ucraine non potevano restare sulla sponda sinistra, perché sarebbero state accerchiate e costrette a ritirarsi. Così andò. Mia madre e il marito partirono la mattina stessa. Portarono con sé il gatto sphynx e del cibo per qualche giorno. Pensavano che sarebbero presto tornati, non poteva mica durare per sempre. In casa del marito non abitava nessuno da qualche tempo. Non c'era l'indispensabile.
Passò una settimana. Le truppe russe avevano già occupato la città di Kherson. Bisognava tornare a casa per prendere almeno l’essenziale. Lì sembrava che non sparassero più. Sono arrivati al ponte, ma non hanno osato attraversarlo in macchina. E se i nostri avessero bombardato il ponte? In quel caso, con una barca sarebbe stato possibile passare comunque. Ma lì c'erano ovunque i russi: era pericoloso. Camminarono sul ponte per un chilometro e mezzo. Faceva ancora freddo. Sul ponte c'erano pezzi di carne in divisa russa e un corpo senza gambe. Mia madre mi raccontò di non avere provato nulla, solo disgusto: non avrebbe mai pensato, disse, che si potesse provare un tale disprezzo per una persona. Invece la prima domanda che si è fatta è stata: "Perché sei qui? Sul mio ponte, sul quale passavo ogni giorno più volte. Ti sei permesso di entrare in casa d'altri e hai pagato con la vita questo tuo atteggiamento arrogante".
Semplicemente proseguirono oltre, arrivando alla fine del ponte, dove stavano gli occupanti con il loro posto di blocco improvvisato e i loro fucili mitragliatori. Uno di questi era puntato direttamente contro i miei genitori. Chiesero i documenti, li squadrarono e domandarono dove stessero andando. La mamma rispose: "A casa". Li fecero passare passare senza dire una parola.
A casa faceva freddo: non c'era luce dal primo giorno in cui iniziarono i combattimenti per il ponte. Presero le nostre cose e i nostri vestiti, tutto quello che potevano portarsi via per quasi 3 km. Passarono di nuovo davanti al corpo. In tutto quel tempo non era ancora stato raccolto dai soldati del posto di blocco: eh già, il famigerato "non abbandoniamo i nostri" della propaganda russa.
Passarono altre due settimane in fila per quello che era rimasto sugli scaffali dei negozi. In quel periodo ci rendemmo conto che l'occupazione era profonda. Gli agenti dell'FSB passarono nell'appartamento accanto alla ricerca del nipote della vicina, un soldato dell'ATO. Sfondarono la porta, ma non trovarono nessuno.
Cominciava a fare caldo. Servivano altre cose. Dai canali Telegram sapevamo che le auto attraversavano il ponte. Decisero di andare, portando con sé, per precauzione, dei vecchi telefoni a tastiera, per non destare sospetti. Tutti sapevano già che ai posti di blocco venivano arrestate le persone con opinioni filo-ucraine. Il posto di blocco era già stato rinforzato: blocchi, camion, fortini con mitragliatrici. Controllarono i documenti, guardarono i telefoni e li lasciarono passare. Entrarono nel cortile. La porta d'ingresso era già aperta. Sul pavimento c'erano tracce di stivali, in cucina bottiglie di alcolici (tutto quello che hanno trovato in casa), sul letto tracce di “presenza”, accanto c'era un preservativo. Avevano rubato il profumo preferito di mia madre. E fu allora che per la prima volta vidi negli occhi di mamma quel dolore: non perché le dispiacesse per il profumo o l'alcol. Ma per la consapevolezza che così, semplicemente, qualcuno può entrare in casa tua e distruggere tutto ciò che hai amato e costruito da zero nel corso degli anni. Si è fatta coraggio: non importa, arriveranno i nostri, puliremo tutto, compreremo un nuovo profumo e bruceremo la biancheria da letto.
Passò un altro mese. L'occupazione peggiorava sempre di più: nei negozi non c'era più cibo ucraino. Nessuno voleva avere a che fare con quella merda russa: né gli aiuti umanitari, né tantomeno gli acquisti. Capirono che dovevano andarsene. Così decisero di tornare ancora una volta a prendere le loro cose. Rientrarono. Di nuovo tracce di vita, ma evidentemente non potevano vivere lì, perché non avevano capito dove prendere l'acqua e non sapevano come accendere il riscaldamento senza elettricità. Insomma, era scomodo, non si erano fermati, c'erano un sacco di altre case lì vicino, probabilmente erano andati lì. Presero solo la pelliccia di mia madre. Di montone, rosa, calda. Di nuovo quel dolore agli occhi, le avevano strappato un altro pezzo dell’anima. La sera mi raccontò di aver guardato la casa e di aver detto, come l'ultima volta, che era come se le avesse detto addio. Respinse subito il pensiero. Sarebbe tornata presto.
Partirono. Stettero a Kiev per tre settimane. Poi mia mamma venne da me (partimmo per l'Italia nelle prime settimane dell'invasione - mia figlia ha bisogno di terapia di supporto dopo il trapianto di midollo osseo). Per ora abbiamo deciso così, è solo una cosa temporanea. Solo fino alla vittoria dei nostri.
Il gatto. Ha fatto tutto il viaggio. Gli sphynx sono proprio come le persone. Hanno occhi intelligenti, quasi umani. Hanno viaggiato per 5 giorni, hanno dormito da amici, ma lui ha sopportato tutto con grande forza. Era giusto molto silenzioso e miagolava in modo triste. Piangeva davvero. Il secondo giorno dopo il loro arrivo abbiamo deciso di portarlo dal veterinario. Si è scoperto che aveva un tumore e che si era già accumulato del liquido nei polmoni. Il veterinario ha detto che era assolutamente inoperabile e che potevamo solo aspettare che morisse tra atroci sofferenze o sopprimerlo immediatamente. Non riesco nemmeno a descrivervi il dolore che provavo, non capivo come mia madre potesse sopportarlo... Mamma mi ha raccontato che quando stavano partendo, i russi hanno iniziato a sparare verso il lato controllato dall'Ucraina. E lui si è spaventato molto. Avrebbe potuto vivere ancora, aveva solo 4 anni. Per mamma era come un figlio. Lui era la cosa più importante che le ricordava casa sua in un paese straniero. Lei dice che era il suo angelo custode: l'ha portata da noi ed è morto, come se avesse dovuto salvarla dalla guerra.
Abbiamo iniziato a riprenderci tutti insieme. Dopo un paio di mesi, il vicino di casa mi ha chiamato dicendo: “Ci sono dei nuovi proprietari nella vostra casa, parcheggiano l'auto in cortile, stendono il bucato, sia maschile che femminile”. Un intero maggiore, si vantava di essere un ufficiale delle comunicazioni. Miserabili... miserabili esseri insignificanti... In autunno, l'11 novembre 2022, l'esercito ucraino ha liberato Kherson. La felicità era immensa. E il nostro appartamento era libero. Ricordo le mie lacrime quando mio marito ha chiamato in videochiamata dal nostro appartamento. Eravamo tutti felici, e mia madre era felice per noi, ma ho visto quanto fosse triste: la sua casa era ancora occupata. Eccola lì. Già molto vicino, proprio dietro il ponte, a soli 2 km. Ma quei 2 km sono un abisso tra due mondi: l'Ucraina libera e Mordor. Finalmente, 20 giorni dopo la de-occupazione di Kherson, il vicino ha chiamato di nuovo. Era una delle tre persone che erano rimaste in quel villaggio costiero. Ha detto che lì non ci sono russi, è troppo vicino al Dnipro, ma è quasi impossibile viverci, presto se ne andrà anche lui. La casa era ancora in piedi, ma nel frattempo c'erano stati diversi turni di guardie e tutti avevano preso quello che potevano. Gli ultimi avevano portato via persino il letto e la cucina, avevano smontato i boiler, la cabina doccia e avevano rotto le piastrelle del bagno. Hanno portato via tutto con un camion, cinque persone a lavorare tutta la sera.
Passò un anno dal 24 febbraio. Ogni giorno gli occupanti bombardavano sempre più intensamente Kherson. Sui nostri canali e su quelli pro-Cremlino cercavo continuamente video ripresi da diversi droni per vedere come stava la casa. Anche in questo luogo c'erano bombardamenti periodici, ma la casa era rimasta ancora in piedi. Ogni volta gioivamo e pregavamo: almeno che resista. Non importa se quei bastardi hanno saccheggiato tutto, ripareremo ogni cosa. Appena sminano il campo, torniamo subito a casa! Basta che liberino la riva sinistra.
E poi arrivò il mattino del 6 giugno 2023. Gli occupanti fecero saltare in aria la centrale idroelettrica di Kakhovka per rallentare l'avanzata delle forze armate ucraine. Il nostro orrore non aveva limiti. Capivamo che la nostra casa si sarebbe sicuramente trovata nella zona allagata, poiché la riva sinistra è molto più bassa di quella destra. Pensavamo all'allagamento... Non vi racconterò tutto l'orrore della rottura della centrale idroelettrica, ma dopo 3 giorni vedemmo la casa di mia madre in un video girato con un drone. Due piani erano sott'acqua. In alto era rimasto solo il tetto. Il garage vicino era completamente sommerso. Guardavamo quel video e non potevamo crederci: tutto era immerso in quell'acqua sporca e torbida. Di nuovo quanto dolore per mia madre. Ma lei continuava a credere. Dopo due settimane l'acqua si ritirò. Nel video girato dai droni e nelle foto satellitari vedemmo che mancava una parte della recinzione, una parte del tetto del garage, tutte le piastrelle del cortile erano ricoperte di fango. Il tetto del vicino era finito nel nostro cortile distruggendo il gazebo e la legnaia. Ma la casa era ancora in piedi. Sporca, allagata, ma in piedi. Non la abbandoneremo, è la nostra casa, ricostruiremo tutto e torneremo, appena i nostri passeranno al contrattacco.
I nostri soldati sono dei veri eroi e ringraziamo ognuno di loro per aver liberato la nostra terra da questa feccia. Ma la casa era ancora occupata. Abbiamo aspettato, cercato dei video. Ogni volta le case vicine diventavano sempre meno. Tra loro riconoscevamo le case dei vicini. Poi è rimasta solo la nostra...
“Il gruppo di truppe ‘Dnipro’ ha distrutto i combattenti delle Forze Armate ucraine che cercavano di prendere posizione sulle isole per attraversare la riva sinistra. I droni da ricognizione hanno individuato il nemico e le coordinate sono state trasmesse ai sistemi di lanciafiamme per sferrare l'attacco.
È così che il 19 ottobre 2023, sul canale Telegram propagandistico Dneprovskij Rubezh, gli occupanti hanno comunicato l'ennesima notizia. E hanno allegato un video in bianco e nero ripreso da una telecamera a visione notturna. Nel video si vede un proiettile che colpisce la casa di mia madre. Si vede il fuoco che sale in alto al di sopra del tetto. Nel video non si vede nessun militare ucraino. Spero che nessuno sia rimasto ferito o ucciso.
Capisco che la casa non c'è più. Non vorrei, ma mostro il video a mia madre. E lei non piange. È così che muore la speranza. E nell'anima rimane un vuoto che nulla potrà mai colmare: né una nuova vita, né una nuova casa. E nemmeno la vittoria dell'Ucraina potrà aiutare. Semplicemente, una persona smette di essere se stessa. Ora è per sempre una persona con l'anima ferita. Non si vede. È forte, sorride, si prende cura dei suoi cari. Ma è stata sradicata come un albero e deve in qualche modo vivere questa vita, andare avanti con questa anima straziata.
Sono passati più di due anni da quei colpi. A volte guardo ancora le immagini satellitari e i video del luogo dove si trovava la casa di mia madre... ora è solo una macchia bianca di detriti edili, lentamente ricoperta dall'erba. Non gliela mostro più.
Nel dicembre 2024 è stato ucciso a Mosca Mikhail Shatsky, uno degli sviluppatori di software per varie armi letali della Federazione Russa. E il 25 ottobre 2025 è stato eliminato Vasilij Merzoev, figlio di Arkadij Merzoev, tenente generale della 18ª armata interforze, responsabile dell'uso di queste armi “Solnzepjok” nella direzione di Kherson. Non posso in alcun modo provare che siano coinvolti proprio nella distruzione della casa di mia madre, ma quando ti strappano l'anima, l'unica cosa che ti impedisce di impazzire è la speranza che ci sia giustizia. Desidero sempre una sola cosa per tutti: che a ciascuno torni indietro mille volte ciò che ha dato... e che tutti coloro che mi hanno aiutato un tempo siano centomila volte più felici di oggi. Ma quelli che hanno ferito così tanto l'anima di mia madre, lasciandola senza casa, anche loro avranno quello che si meritano... in questo mondo o nell'altro.