Su Naval'nyj
16.02.2026
Sono Ksenia, e oggi la mia lettera sarà piuttosto personale.
Due anni fa questa giornata per me era cominciata bene. Per la seconda volta in un mese i miei genitori erano riusciti a venire a trovarmi in carcere: quasi quattro ore con le persone più care, anche se attraverso un vetro e con un citofono intercettato. Non è forse felicità? I giorni di colloquio sono in assoluto i più belli per ogni detenuto. Li aspetti, cancelli le date sul calendario. Avevamo chiacchierato tanto. I miei genitori, naturalmente, mi avevano portato varie cose buone nel pacco. Così ero tornata in cella dalle mie compagne con le borse piene di cibo.
Era un venerdì. Dopo pranzo un’agente del carcere, come sempre, aveva passato dallo sportello della porta un enorme pacco di lettere. Con quelle lettere mi ero arrampicata sulla mia «palma» (così in carcere chiamano il letto di sopra a castello) e avevo cominciato a leggerle. C’era il fine settimana davanti, nessuna fretta.
Le mie compagne di cella, due donne accusate di reati economici, cercavano di seguire quello che succedeva nel mondo e non si perdevano un telegiornale. Io mi ero rassegnata e ogni volta che accendevano la tv cercavo semplicemente di perdermi nei miei pensieri e di fare le mie cose.
Ma quello che disse quella sera il conduttore del telegiornale era impossibile non sentirlo. Come se fosse una notizia del tutto ordinaria, lesse il comunicato del servizio penitenziario: «…nella colonia penale di Charp è morto Aleksej Naval’nyj».
Era una notizia a cui non si poteva credere. E io non ci credetti. Nel fine settimana i telegiornali non dissero niente su Aleksej. Silenzio. Come se non fosse successo nulla. Lunedì mattina venne il mio avvocato e confermò: era vero. E, a essere sincera, ancora oggi, dopo due anni, non riesco ad accettare fino in fondo che Aleksej non ci sia più.
Sono stata coordinatrice della sede di Naval’nyj dal 2017 al 2021. Fino a quando ci hanno dichiarati estremisti. Aleksej viveva e lavorava a Mosca, io a Tomsk. L’ho visto di persona tre o quattro volte: ai congressi a Mosca e quando lui e la sua squadra venivano nella nostra città. Proprio lì, nel 2020, lo avvelenarono per la prima volta. Dopo quell’avvelenamento e la sua salvezza miracolosa, sembrava che Naval’nyj fosse invincibile, un eroe uscito da miti e leggende.
Ogni volta che a Naval’nyj davano una nuova condanna, c’era chi diceva con sicurezza: «Non ci starà così tanto, uscirà prima». Anch’io volevo crederci.
Due anni fa, quel giorno, è crollata un’altra illusione: che «Aleksej comunque uscirà presto». E ancora oggi in carcere ci sono centinaia di persone di cui a volte diciamo le stesse parole: «non sconterà tutta la pena», «la scambieranno», «ma figurati se ci resta così tanto».
Certo, bisogna sperare nel meglio. Ma allo stesso tempo non si può restare con le mani in mano. Non sappiamo quando in Russia arriverà un nuovo disgelo, un’amnistia, se ci saranno nuovi scambi di prigionieri. Purtroppo è possibile che i prigionieri politici restino in carcere ancora per anni. Per noi che siamo liberi quello che succede intorno è a volte pesante e triste, ma per chi è dietro le sbarre è ancora più difficile. Per superare questi tempi bui, per conservare la salute, i prigionieri politici hanno bisogno del nostro sostegno.
Questo aiuto non è qualcosa di astratto. È il viaggio dei genitori per il colloquio, sono le medicine che possono salvare una vita, è una spesa decente con frutta e verdura.
So quanto conta il sostegno delle persone: a volte è letteralmente la differenza tra la disperazione e la forza di andare avanti. E so per certo che Aleksej non vorrebbe che ci arrendessimo e ci disperassimo.
Non restiamo con le mani in mano: aiutiamo chi oggi ha così tanto bisogno del nostro sostegno.
Un caro saluto,
Ksenia Fadeeva